Ultras di Francesco Trione: antropologia di una subcultura ribelle

Francesco Trione restituisce dignità analitica

by Anna Rubino
0 comment

Chi se non lui, Francesco Trione, a proferire sui Mondiali 2026. Colui che ha incantato lettori e fiere con il suo libro “Ultras” antropologia di una subcultura ribelle. Assistere a questo viaggio antropologico in una società moderna osservandone le trasformazioni e mutazioni. Ultras di Francesco Trione non è solo un libro, ma un vademecum calcistico sulle curve meglio conosciute come tifoserie. Lo sguardo dell’ autore è sempre stato profondo, mai marginale, ma con uno occhio attento ed analitico. Ultras è il frutto della sua esperienza, il vissuto trasmesso in parole in modo acuto e dettagliato, analizzando non solo ciò che il calcio, ma tutto ciò che avvolge questo mondo meraviglioso. Trione lo racconta in chiave antropologica, non limitandosi a ciò che spesso viene etichettato alle tifoserie come scandali , ma con una momento di forte coesione e cooperazione. Dove le coreografie non solo solo manifestazioni corali, ma attimi che uniscono e rendono gli Ultras un’ unica identità ,che abbracciano gli stessi ideali. Beh del calcio moderno l’ autore ne parla nel libro, dove tutto è diventato uno show, dove il calcio diventa palcoscenico. Ultras è anche il risultato delle prime esperienze calcistiche quando Trione si recava al campo per seguire la sua squadra del cuore. Il suo libro è un mondo meraviglioso che unisce le tifoserie del globo, perchè, sebbene abbiano colori e cori diversi sono unite dallo stesso credo.

 

 

Una chiacchierata a tu per tu con Francesco Trione.

 

“Osservando questo Mondiale si ha la sensazione di assistere a una trasformazione profonda del calcio contemporaneo. Più che una semplice competizione sportiva, il torneo appare sempre più come un grande evento globale, nel quale logiche economiche, interessi commerciali e spettacolarizzazione televisiva sembrano occupare uno spazio crescente, talvolta superiore a quello della dimensione puramente sportiva. Anche il ritmo della partita, l’organizzazione dell’evento e la costruzione dell’esperienza dello spettatore sembrano rispondere sempre più alle esigenze dell’intrattenimento globale. Il confine tra evento sportivo e prodotto mediatico si fa così sempre più sottile. Ciò che, però, colpisce maggiormente è un altro aspetto. Il progressivo affievolirsi della dimensione identitaria del tifo. In molti stadi il pubblico sembra vivere la partita prevalentemente come esperienza di consumo e di intrattenimento, più che come rito collettivo di appartenenza. Lo stadio diventa il luogo dello spettacolo, ma perde, almeno in parte, quella funzione simbolica che per decenni lo ha reso uno spazio di riconoscimento comunitario. In questo scenario hanno assunto un particolare significato alcune realtà che hanno mostrato come il calcio possa ancora essere espressione di una cultura condivisa. Da un lato la straordinaria partecipazione delle tifoserie africane, che attraverso colori, musica, canti e ritualità hanno restituito allo stadio una dimensione popolare e identitaria. Dall’altro la cosiddetta Viking Row norvegese, capace di ricordare come il tifo non sia semplice animazione, ma un vero rito collettivo nel quale una comunità si riconosce nella propria storia, nei propri simboli e nella propria memoria. Il tifo non rappresenta un elemento accessorio del calcio, ma una delle sue principali forme di produzione culturale. Attraverso cori, simboli, rituali e pratiche condivise, una comunità costruisce e rinnova la propria identità collettiva. Quando questa dimensione si attenua, il rischio è che il tifoso si trasformi progressivamente in spettatore e che l’appartenenza lasci spazio al semplice consumo dell’evento. Il patrimonio più autentico del gioco del calcio continua a risiedere nella capacità di generare identità, memoria e senso di appartenenza. Perché una Nazionale non rappresenta soltanto undici calciatori in campo, ma una comunità che, attraverso quei colori e quei simboli, continua a riconoscere una parte di sé. Finché il calcio saprà conservare questa dimensione culturale, il mercato non riuscirà a svuotarne completamente il significato. Se invece verrà meno anche questa funzione identitaria, resterà forse un grande spettacolo globale, ma sarà sempre meno quel fenomeno sociale e culturale che, per oltre un secolo, ha saputo unire generazioni, territori e comunità”.

“Come hai accolto la notizia del Salone del Libro di Torino? Ho accolto la notizia con immenso onore. Essere selezionati per un evento così prestigioso è una conferma importante della validità del progetto editoriale. Considero Torino un’opportunità preziosa di confronto con i lettori e con i colleghi in uno dei contesti culturali più vivaci d’Europa. Sapere che il libro approderà a Lingotto Fiere è una bella scossa di adrenalina. Trasformare questa emozione in dialogo vivo durante i giorni del Salone è stato fantastico. Quali sono i tuoi prossimi appuntamenti? Al momento, la mia agenda è focalizzata sul consolidamento di alcuni percorsi editoriali già avviati. Inoltre, è in programma la partecipazione ad alcuni tavoli di confronto culturale.  Essere considerato il primo libro ad analizzare l’aspetto antropologico degli ultras che sensazione provoca? Analizzare il mondo ultras come subcultura, con i suoi riti, i suoi codici e le sue peculiarità è innanzitutto una grande responsabilità intellettuale. Per troppo tempo il mondo ultras è stato osservato solo in superficie o attraverso la lente del pregiudizio. Ho cercato di dare dignità scientifica a una complessità fatta di riti, simboli e appartenenza che, piaccia o meno, rappresentano una delle ultime forme di ritualità collettiva nella nostra società.   semplificato, al fine di approdare a una comprensione strutturale del fenomeno. Qual è stato l’input per scrivere il tuo libro? Ho ravvisato l’urgenza di applicare un rigore metodologico di matrice antropologica a un contesto spesso è un laboratorio privilegiato per ritualità, paradigmi di appartenenza in un’epoca di estrema frammentazione sociale, forme di solidarietà e resistenza culturale.  Per chi non ti conosce, che tipo di ultras sei? Più che definirmi attraverso categorie di militanza tradizionale, mi considero un osservatore partecipante, una figura che si muove lungo il confine tra l’esperienza diretta dei codici della gradinata e la necessità metodologica di analizzarli. Un cultore della mentalità, intesa come paradigma etico e sociale.  Francesco Trione è uno sportivo o un tifoso? La mia è una fascinazione per lo sport in quanto “evento sociale totale”, cercando la complessità in un mondo che va ben oltre la semplice dialettica tra vittoria e sconfitta.  Qual è la tua squadra del cuore? Nel condurre questa ricerca, ho adottato il principio dell’equidistanza metodologica. Dichiarare una preferenza personale significherebbe, in qualche modo, tradire l’oggettività necessaria per analizzare le dinamiche di questa subcultura.  Qual è la tifoseria che ti piace e quale, a tuo avviso, è o è stata troppo violenta? Trovo affascinanti i modelli di aggregazione che resistono ai processi di mercificazione del calcio moderno, piuttosto che una singola tifoseria. Mi interessano quelle realtà che riescono a mantenere una forte identità comunitaria e una continuità storica nelle loro liturgie laiche. Per quanto riguarda la violenza, l’analisi antropologica ci insegna che essa non è una caratteristica intrinseca di un gruppo specifico, ma spesso un sintomo di tensioni sociali o territoriali più ampie. Parlare di una tifoseria “più violenta” sarebbe una semplificazione sociologica.  Disponibile a tante occasioni di essere ospite all’estero? Il fenomeno analizzato nel volume possiede, per sua natura, una dimensione transnazionale che valica i confini italiani. In quest’ottica, un confronto con realtà estere rappresenta il naturale sviluppo di un percorso di ricerca volto a indagare la fenomenologia delle subculture. Sarà fondamentale valutare contesti di interscambio scientifico e culturale che permettano di approfondire le tesi proposte, compatibilmente con le linee evolutive del progetto editoriale.  Hai mai pensato a una masterclass negli istituti scolastici? Compatibilmente con le linee evolutive del progetto editoriale.  L’interazione con le istituzioni scolastiche rappresenta un tassello fondamentale nel processo di divulgazione dei contenuti della mia ricerca. Ritengo che l’analisi sociologica dei fenomeni subculturali offra spunti critici di grande valore per le nuove generazioni. In tal senso, la strutturazione di interventi didattici o masterclass è un’ipotesi che considero con estremo interesse.

 

 

Potrebbe interessarti