Catalogna, referendum e indipendenza: tutto quello che c’è da sapere

by Felice Luca Maglione
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Bandiere Catalogna catalunya

Sicuramente la “questione Catalana” è estremamente complessa. Cerchiamo di capire come siamo arrivati alle violenze di ieri.

Il primo partito politico indipendentista catalano fu fondato nel 1922, anche se il cosiddetto “catalanismo politico”, cioè quel movimento legato alle aspirazioni della Catalogna e alla valorizzazione delle sue tradizioni, era nato molti anni prima. Nel 1923, con l’inizio della dittatura di Primo de Rivera, cominciò una fase della storia spagnola di duro anti-catalanismo, che durò per tutta la successiva dittatura di Francisco Franco (1936-1975): durante il franchismo, il catalanismo e tutti gli altri simboli che caratterizzavano la Catalogna furono soppressi o eliminati, incluso l’uso della lingua catalana.

Nel 1979, nel periodo della cosiddetta “transizione”, la regionalità catalana firma una nuova Costituzione che concesse una buona autonomia alle regioni.
Dopo le elezioni, con i risultati in Catalogna e Paese Basco, il governo concesse la creazione di istituzioni pre-autonome. Furono promulgate leggi che consentivano, ai deputati costituiti in assemblee parlamentari che ne facessero richiesta, l’autonomia provvisoria alle regioni. Era il primo passo nella formazione della struttura territoriale della nazione spagnola, già concordata nella nuova Costituzione.

La prima pre-autonomia concessa fu quella di Catalogna: il 29 settembre 1977 venne ristabilita la Generalità della Catalogna e Josep Tarradellas, storico politico nazionalista in esilio, ne diventò il nuovo Presidente il 23 ottobre 1977.

Nel 2006 il governo Zapatero raggiunge un accordo con il governo della Catalogna  – del quale, al tempo, non fa parte CiU, il partito di maggioranza relativa che guida oggi il governo catalano indipendentista – sul testo di uno Estatuto Autonómico che diventerà poi il modello di quasi tutti gli statuti delle altre regioni (autonomias) spagnole. Tale processo di riforma autonómica porterà nel 2009 ad una riforma (decisamente positiva e orientata in senso federalista, anche se ancora incompleta) del finanziamento regionale, la quale costituisce ancora oggi la base delle relazioni fiscali ed economiche fra il governo centrale spagnolo e quelli regionali. Tale statuto viene approvato dal parlamento spagnolo (189 a 154) e da quello catalano (con quasi il 90% dei voti a favore). Riceve anche conferma referendaria (2/3 circa) in Catalogna.

La Catalogna oggi

Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni è l’apice di una crisi che parte nel 2010.

Su pressione del PPE di Rajoy, il Tribunale costituzionale spagnolo dichiarò l’incostituzionalità di diversi articoli del nuovo statuto, tra cui quello in cui la Catalogna veniva definita una “nazione”. Il 10 luglio 2010 a Barcellona si tenne una grande manifestazione per protestare contro la sentenza del Tribunale costituzionale, chiamata “Som una nació, nosaltres decidim” (“Siamo una nazione, e vogliamo decidere”) e appoggiata da quasi tutti i partiti politici del Parlamento catalano: la situazione però non cambiò .
Il referendum del’1 ottobre ha un precedente.

Nel 2012 il Parlamento catalano approvò una risoluzione che chiedeva di tenere un referendum sull’autodeterminazione della Catalogna, proposta appoggiata dall’allora presidente catalano Artur Mas. Dopo molti negoziati tra i vari partiti, Mas convocò una votazione solo consultiva per il 9 novembre 2014, ma l’iniziativa fu fermata dal Tribunale costituzionale, che interpellato dal governo spagnolo sospese la legge del Parlamento catalano che avrebbe dovuto permettere lo svolgimento delle operazioni di voto.
Mas decise così di rinunciarvi, ma nell’ottobre 2014 annunciò la sua intenzione di indire una votazione alternativa.
Nel novembre 2014 in Catalogna si tenne una specie di referendum “informale”, con un’affluenza stimata attorno al 36 per cento degli aventi diritto al voto: l’80 per cento dei votanti si espresse a favore dell’indipendenza, ma la consultazione non ebbe alcun valore legale, visto che era stata definita illegittima dal Tribunale costituzionale.

Mas, che nel frattempo aveva perso l’appoggio del Parlamento, decise di indire elezioni anticipate, quelle che si tennero nel 2015 (la scadenza naturale del mandato sarebbe stata il 2016) e che furono vinte da una nuova coalizione elettorale che fece dell’indipendenza catalana il punto principale del suo programma: Junts pel Sí (Uniti per il sì).

La nuova coalizione si precipitò a promulgare una legge  che sanciva che n caso di vittoria del sì, le autorità catalane dovrebbero dichiarare unilateralmente l’indipendenza della Catalogna; in caso di vittoria del no dovrebbero indire nuove elezioni.

Per i partiti indipendentisti catalani i problemi sono cominciati il 7 settembre, quando il Tribunale costituzionale spagnolo ha sospeso la legge sul referendum approvata il giorno prima dal Parlamento catalano e ha vietato ai 948 sindaci della Catalogna e a 62 funzionari del governo di partecipare all’organizzazione del referendum. L’8 settembre è intervenuto anche il Tribunale superiore di giustizia della Catalogna, che ha ordinato alle varie forze di sicurezza che agiscono nella regione – Guardia civile, Polizia nazionale, Mossos d’Esquadra e polizia locale – di cominciare le operazioni per sequestrare il materiale per il referendum. Lo stesso giorno sono cominciate in diverse città catalane alcune operazioni di polizia compiute soprattutto dalla Guardia civile, un corpo di natura militare che dipende dai ministeri degli Interni e della Difesa spagnoli, culminate con le perquisizioni, i sequestri e gli arresti a Barcellona, di cui si è parlato molto anche sulla stampa straniera.

Il Futuro della Catalogna

E’ di poche ore fa la conferma che la Commissione Europea ha dichiarato l’illegalità del referendum catalano.

Nella dichiarazione viene inoltre ricordato un principio già sottolineato in un’intervista a Euronews da Juncker un paio di settimane fa. E cioè che se, un giorno, ci fosse “un referendum in linea con la Costituzione spagnola”, questo porterebbe il territorio interessato “fuori dall’Unione Europea”.

Allo stesso tempo, tuttavia, la Commissione Europea ha criticato Rajoy per la violenza con la quale la Guardia Civil spagnola ha caricato i manifestanti.

 

Autodeterminazione dei popoli

I sostenitori dell’indipendenza della Catalogna si appellano al principio di autodeterminazione dei popoli, da considerarsi, senza dubbio, norma suprema di diritto internazionale (c.d jus cogens), in virtù della quale gli Stati hanno l’obbligo di consentire ai popoli soggetti a dominazione straniera di determinare liberamente il proprio regime politico. E’ pacifico, però, che tale principio non si applichi ai territori non coloniali occupati prima del secondo grande conflitto mondiale (Cfr Conforti, Diritto Internazionale). Per questo motivo, è fuorviante invocare tale principio nella battaglia condotta da alcuni esponenti della Catalogna. Occorre poi sottolineare che, per definizione concorde, per diritto debba intendersi una situazione giuridica soggettiva attribuita dal legislatore all’individuo, che può richiederne la tutela ad un giudice. Manca del tutto, sul piano nazionale o internazionale, un principio o una disposizione che legittimi la secessione catalana. Qualsiasi soluzione a favore dell’indipendenza della Catalogna, quindi, va rinvenuta non più sull’attuale piano giuridico, ma su un piano di futura ed eventuale ridefinizione giuridica o comunque alieno dalle attuali categorie del diritto.

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