“TRAMANDARE LA MEMORIA”, LA TOCCANTE TESTIMONIANZA DI MARIKA VENEZIA

by Eleonora Iasevoli
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shoa conferenza federico II

Con l’intento di approfondire insieme agli studenti il tema della deportazione durante la Seconda Guerra Mondiale e gli eventi collegati alla Shoah (termine con il quale si indica lo sterminio del popolo ebraico), il Dipartimento di Studi Umanistici e il Laboratorio interdisciplinare di studi e ricerche “Donne Genere Formazione” dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha organizzato una giornata di studio, dal titolo “Tramandare la Memoria”, che ha visto protagonista nella mattinata l’emozionante testimonianza di Marika Venezia, moglie di Shlomo, internato e sopravvissuto al terribile campo di sterminio di Auschwitz Birkenau.

Vi mostriamo un passaggio del suo racconto, quello meno cruento, nel quale ricorda l’esperienza del marito sul set del film “La vita è bella”, di Benigni e denuncia quelle scuole nelle quali ancora non si elabora e tramanda la memoria.

Una missione non facile quella che spetta alla nostra generazione che ha ancora la possibilità di interpellare i protagonisti per raccogliere, documentare, consegnare alla storia nel migliori dei modi le ultime testimonianze dirette.

La tavola del seminario

Una sfida costante per insegnanti e formatori, come la prof. Barbara De Rosa, docente di psicoanalisi e Francesca Marone, docente di Pedagogia generale e sociale, nonché fautrice del laboratorio interdisciplinare “Donne Genere Formazione” che hanno contribuito ad avviare quel processo di elaborazione collettiva per abbattere i rischi del negazionismo storico, accentuati proprio dalla progressiva scomparsa della generazione dei testimoni.

La prof.ssa Silvia Guetta dell’Università di Firenze è intervenuta sul tema dell’importanza della didattica volta alla conoscenza della Shoah in una prospettiva multidisciplinare di educazione alla pace e ai valori civici fondamentali. “Il tema della Shoah – dichiara la prof.ssa – ha favorito una delle questioni più importanti da analizzare: il decentramento cognitivo.  A seconda del luogo in cui si vive, si ha una percezione diversa del fenomeno. La Shoah ha bisogno di essere vista da più angolazioni e ha toccato tutti i campi del sapere”. Le sue ricerche in Israele l’hanno portata ad esaminare gli aspetti di resilienza delle vittime in quella fascia di età tra il 1929 e il 1935. Una fascia già scolarizzata all’epoca delle leggi razziali, che mostra una straordinaria capacità di recupero.

“Le risposte alla sofferenza sono state quelle di sottolineare molti aspetti inerenti alle relazioni affettive con i genitori: elementi vincenti per la sopravvivenza, che hanno aperto nuovi mondi. Inoltre, la violenza che è stata perpetrata al popolo ebraico e non solo, non ha provocato altrettanta violenza.  È stata scelta la via più difficile, quella che comporta più rischi: la via della Pace. Ci sono state molte Shoah – sottolinea la prof.ssa – il cui punto in comune è ‘la soluzione finale’.  Ciò che emerge è che l’uomo, più di ogni altro essere vivente, ha la capacità di distruggere se stesso”.

shoa conferenza federico II“Tutto è accaduto in soli dodici anni – continua la prof.ssa – nei quali sono morte persone di tutte le nazionalità, ed è per questo che si può parlare di una data di morte dell’Europa, ma anche di una data di rinascita, con il riconoscimento del reato di crimine contro l’umanità. Oggi, però, la comunicazione è diventata spettacolo e la nuova battaglia da combattere è quella riferita al rischio di stereotipizzazione della Shoah, di banalizzazione del dramma, come nel caso del film “La vita è bella”, del 1997, di Roberto Benigni”. Un film che, come ci racconta la nostra testimone, Marika Venezia,  non rende giustizia ai fatti accaduti. Interviene, poi, la prof.ssa Francesca R. Recchia Luciani dell’Università di Bari, che si sofferma sul ruolo degli immaginari e sul loro buon uso al fine di trasmettere alle nuove generazioni la capacità di cogliere il significato di una catastrofe che ha segnato il genere umano. Presenta, infine, il suo libro “La Shoah spiegata ai ragazzi”,  che si propone di rispondere ad alcuni quesiti, ricostruendo per gli studenti delle scuole superiori un percorso che dallo “strisciante antisemitismo di inizio Novecento, conduce ai forni crematori e alle camere a gas”.

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