Napoli ama ancora Maradona?

by Redazione
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La costruzione di un mito è qualcosa di tanto spontaneo quanto delicato. Quello di Maradona, fino a ieri, è stata praticamente epica da raccontare sui libri di scuola. Diego Maradona non è un calciatore qualunque e non lo è mai stato, e non solo per i meriti sul campo. “Il più grande di tutti, anche di Pelé”, come lo definì Salvatore Biazzo in un documentario di qualche tempo fa,  ha valicato anni fa i confini dello sport.

Il più grande di tutti, nella città che lo ha consacrato e lo ha equiparato a un santo, ha vissuto al limite. Rock, come diceva Celentano in una sua trasmissione di qualche anno fa.

Il campo, gli scudetti, la cocaina, il crollo. La morte guardata negli occhi, quell’obesità che lo ha mostrato al mondo in tutta la sua tragica umanità. La lenta ripresa. E poi, quell’atteggiamento rivoluzionario che i napoletani sembrano amare tanto, l’amicizia con Fidel Castro e quel tatuaggio del Che sulla spalla. Le foto nella vasca idromassaggio dei Giuliano a Forcella.

Ma soprattutto l’esilio, l’esilio forzato che costringeva il suo popolo, la sua armata a guardarlo da lontano. Come la Gioconda: dietro una teca.

Fisco e rivoluzione

Erano gli anni ’80 e Napoli si godeva il suo riscatto culturale: Pino Daniele faceva cantare in dialetto a tutta l’Italia “Yes I know my way”, mentre da San Giorgio a Cremano un giovane Massimo Troisi si imponeva da maschera a indiscusso genio del cinema e della comicità italiana, dissacrando (lui sì) quell’oleografia tutta sole-pizza-mandolino.

Nella stessa città, il 5 luglio del 1984, in pieno incanto, arriva il terzo santo laico di quegli anni.

La punizione che Tacconi ricorda ancora, la mano de Dios, il gol più bello della storia del calcio con la sua Argentina sono stati solo un corollario, nella costruzione della leggenda, a quello che è accaduto dopo, con lo Stato italiano che negava al Pibe de Oro l’abbraccio della sua gente – della gente che si convinceva di essere la sua gente.

Maradona poteva parlare di qualsiasi cosa, in qualsiasi momento, con un Cohiba tra le labbra a Cuba o nel resto del mondo. Sempre fuori dalle righe, mai del tutto simpatico, sempre estremo (come la sua vita), mischiando calcio e politica come al mondo piace fare.

Ma Diego, a differenza del Che, non è morto in battaglia dopo la gloria.

Come costruire e distruggere il mito

Perché Diego ha avuto tutto per diventare il mito che era già. Nella morte sarebbe asceso al Cielo nella commozione e nell’amore del suo popolo, diventando eterno.

Diego non è morto in Bolivia dopo aver conquistato Cuba. Diego è sopravvissuto e ha spostato il suo esilio a Dubai, trasformandolo in esilio d’oro. Nel frattempo la battaglia legale del suo avvocato Angelo Pisani stava portando i frutti sperati: Diego sarebbe tornato in Italia da uomo libero, senza la Finanza ad attenderlo al varco per pignorargli Rolex e compensi di “Ballando con le stelle”.

I suoi videomessaggi dal Medio Oriente lo mostravano redivivo in loft e resort di lusso, mentre guardava la sua Napoli e iniziava a fare quello che ha sempre fatto: parlare di ogni cosa, senza filtro. Dal supporto al club ora guidato da Aurelio De Laurentiis fino al “Quasi quasi lo alleno io”.

Il ritorno del Corso Umberto

Nel febbraio del 2013 Diego Maradona e i suoi legali tengono conferenza a Corso Umberto. Il ritorno a Napoli è vissuto nella sua totale straordinarietà. Il mito finalmente riabbraccia il suo popolo. Un finale lieto – anche se per assurgere a leggenda il dramma è sicuramente più efficace – con una partecipazione popolare incredibile, sentita, totale. I fedeli di Diego Maradona e i nostalgici hanno il loro feticcio davanti agli occhi. La gioia non si contiene.

Diego inizia a strizzare l’occhio all’orgoglio partenopeo, agli anti-juve a vita, a quella piazza che riscopre il piacere e la fierezza di essere napoletani. Cavalca l’onda del nuovo brand Napoli, come a livello politico e culturale in tanti hanno fatto negli ultimi anni in questa città (e non discutiamo in questa sede se nel torto o nella ragione).

Nel frattempo i suoi cachet risuonavano almeno come la sua presenza. Poi, ieri, i cachet hanno risuonato più di san Diego Maradona sceso a Napoli tra gli umani.

Ospitate, esclusive TV, cifre grosse mai del tutto confermate. Oh, ma si parla di Diego Maradona. L’argentino (come il Che) che da solo smuove un intero popolo.

Un giorno Le Iene lanciano un servizio (attualmente non disponibile online) in cui attaccano i legali e rappresentanti di Maradona per 330mila euro (non tracciabili) richiesti per fare da testimonial per un brand di sigarette elettroniche (fittizio). Pisani dichiarò che si trattava di un servizio montato ad arte, Le Iene risposero mandando in onda l’integrale. Napoli non si schierò né con Pisani né con le Iene. Napoli si schierò ancora una volta con Maradona.

La piazza che spiazza

Si arriva così al conferimento della cittadinanza onoraria. Una festa di Piazza. E sarà un caso che Piazza del Plebiscito (del Plebiscito, appunto) sia stata crudele più e più volte, anche con i suoi figli più amati.

Si arriva al 5 luglio 2017 a passi, piccoli passi che segnano il cedimento. La polemica sul cachet – ad esempio – e sulle spese che il Comune avrebbe dovuto affrontare per l’allestimento della festa.

Il caos.

Il vicesindaco Del Giudice che a una manciata di giorni dal conferimento della cittadinanza non sapeva ancora rispondere alla domanda: “Chi organizza l’evento?”.

Il direttore artistico dello spettacolo Alessandro Siani, intercettato da Repubblica, a un certo punto ha dichiarato che “probabilmente ce li avrebbe messi di tasca sua” parecchi soldi.

Poi Maradona che ha dichiarato di non ricevere compenso per nulla e che è pronto a “sputare in faccia” a chi l’ha detto. E – mentre lo afferma – dietro di lui i roll-up con una sfilza di brand a fargli da cornice.

Comunque sia andata, l’impressione che si è data è che Maradona costi.

Poi, il conferimento della cittadinanza onoraria è tornato a essere un rito istituzionale, con il sindaco De Magistris che ha deciso all’ultimo momento di riportarlo a Palazzo San Giacomo e non farlo diventare un tributo laico in piazza.

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La consegna da parte del sindaco di Napoli Luigi de Magistris della cittadinanza onoraria di Napoli a Diego Armando Maradona.

Maradona, beh, non si sa che fine abbia fatto. Verrà? Non verrà?

Vezzi da star, del resto, se li può permettere. Come una donna amata alla follia dal suo uomo consapevole che può perdonarle quasi tutto.

Maradona è arrivato, poi si è spostato in piazza (evento clou tra i famosi “eventi collaterali”). Ed è qui che il mito è tornato umano.

La città non ha risposto come si immaginava. No, per niente. Mentre andava in scena uno spettacolo cominciato con “Oh mamma mamma mamma” e il nuovo cantautorato napoletano omaggiare Pino Daniele (?!) Piazza del Plebiscito stentava a riempirsi. Mentre le emittenti che seguivano la manifestazione intervistavano, imbarazzati, ragazzini che in campo hanno visto solo Messi e Ronaldo, a omaggiare il Re, il Pibe, il più grande di tutti non c’era la folla delle grandi occasioni.

Ok, è successo nel mezzo della settimana. Ok, poteva essere organizzata molto meglio. Ok, le polemiche a latere non hanno fatto bene all’iniziativa. Ma ieri la glorificazione (l’ennesima) del Pibe è diventata solo show. Perdendo i suoi connotati mistici e restituendo a Napoli un uomo e non più un Dio.

Un uomo che – in pieno stile show-business – muove soprattutto denaro. E non più consenso.

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