Amministrative 2017, lo specchio del Paese: il peggio deve ancora venire

by Felice Luca Maglione
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Berlusconi Agnello

Il ballottaggio delle amministrative 2017 si è concluso ieri. I risultati dichiarano che c’è un grande sconfitto, il PD renziano, ma nessun vero vincitore.

Il centrosinistra perde in molte roccaforti storiche (Genova e Sesto san Giovanni) ma vince a Padova.

Il centrodestra, anzi la destra, vince quando va unita a trazione leghista (a Genova, come detto, ma anche a l’Aquila e a Verona).

Il Movimento 5 Stelle vince a Carrara e Guidonia, ma sulla carta geografica nazionale risultano probabilmente l’ago della bilancia nelle città dove vince il centrodestra.

Vediamo perché.

Punto primo: l’affluenza

Un’affluenza ridotta ai minimi termini, lontana di circa tre punti rispetto al 50% degli aventi diritto. Una bassa affluenza che fa tanto più impressione se, scorrendo i dati, si scopre che il calo dell’affluenza è devastante soprattutto al nord, tradizionalmente più “fedele” alla partecipazione democratica.

Elezioni Comunali 2017 come si vota

Urna elettorale

È vero, il ballottaggio era praticamente a Luglio (circa un mese più avanti rispetto al 2012 per intenderci).

È vero, soprattutto negli ultimi anni, la politica, intesa nella forma più “pura” del termine ha subito delle batoste, specialmente in Italia, che hanno reso insopportabile per chiunque la parola “politica” o “politico”.

Ma è altrettanto vero che le amministrative, spesso e volentieri, si esauriscono al primo turno. In un paese polarizzato come il nostro dove, più che militanti e simpatizzanti, i partiti politici dispongono di tifosi, è difficile che al secondo turno si voti il candidato “più vicino” al proprio.

La sinistra a sinistra del PD non vota il PD. La destra alla destra di Lega e FDI non vota (anche se meno aspramente della sinistra) il candidato del centrodestra. I grillini, genericamente, non votano candidati che non siano i propri, anche se tendono a preferire i candidati a destra.

Questa parte risicata della popolazione ha scelto, in maniera maggioritaria, il centro destra unito, strascico di un centrodestra berlusconiano che non esiste più, e che forse non è mai realmente esistito.

Ed è proprio questo il secondo punto.

Punto secondo: il centrodestra unito non esiste

Non esiste nessun centrodestra in Italia, nemmeno parodistico e vacuo come è oggi quello berlusconiano. La domanda politica di destra in Italia è puramente legata a identitarismo, per lo più etnico-sociale, ed in parte minoritaria cattolicesimo democristiano.

Non esiste nessuna rilevante domanda politica per avere conti in ordine e concorrenza, per avere una gestione dell’immigrazione razionale ma non xenofoba, per avere un europeismo einaudiano e degasperiano, o un disegno “occidentale” del mondo.

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi in una foto d’archivio del sito di governo russo

Abbiamo una alta borghesia che ha gli stessi enormi limiti che denunciava Gobetti, una solida porzione di Paese che ricerca un paradigma sudamericano ed un tessuto microimprenditoriale cui certo non basta più la promessa delle “meno tasse” che non può trovare credibile. Per non parlare della tragica mancanza delle élites, che si ricollega al problema della alta borghesia.

In questo contesto, avere “timore” a livello nazionale di un centrodestra unito da Tajani e Salvini e Meloni è pura utopia. Salvini non è Bossi, la Meloni non è Fini. Berlusconi non sta occupando dannosamente da un quarto di secolo uno spazio politico, è che senza Berlusconi non esisterebbe quello spazio politico.

Punto terzo: la situazione a livello nazionale

La situazione a livello nazionale non lascia spazio a fraintendimenti: nel 2018, se la legge elettorale resta questa (e resterà questa) non governerà nessuno, e soprattutto, dal 2019 , chiunque si troverà a Palazzo Chigi dovrà affrontare la fine del QE.

Andiamo con ordine.

Abbiamo due possibile scenari nel 2018: la vittoria di misura del PD e la vittoria di misura del M5S (non comprendo la vittoria di misura del centrodestra per i motivi di cui sopra).

Nel primo caso, ci troveremo con l’ennesimo governo zoppo, che prova a dare un colpo alla botte ed uno al cerchio, mancando sia la botte che il cerchio.

Nel secondo caso, ci troveremo con un governo completamente inadatto alla situazione, che probabilmente si indirizzerà su una serie di punti “fondamentali” in chiave popolare-nazionale, leggere “reddito di cittadinanza”, che renderanno la situazione, già grave, terrificante.

Inoltre, è bene ricordare l’attualmente tasso di rendimento sui titoli di stato è l’1,92% (il che significa una bassa spesa per interessi ogni anno). Tuttavia è altamente probabile che tra il 2018 ed il 2019 questo tasso si impenni a causa di tre fattori:

  • L’ingovernabilità del 2018
  • La fine del QE di Draghi nel 2019
  • Un probabile abbassamento (ulteriore) del rating (attualmente BBB- con outlook stabile, poco sopra i junk bond)
Mario Draghi

Mario Draghi (foto Pixabay)

Cosa comporterà questa situazione? Un aumento verticale della spesa pubblica da destinare agli interessi, a differenza di quanto accade oggi. Spesa pubblica che dovrà essere recuperata da qualche parte, tagliando servizi e contributi ad esempio, o che andrà ad ingrossare (ancora) il nostro già enorme debito pubblico.

Questo fino a quando, come in Grecia, non arriverà la Troika a gestire, finalmente, la situazione. E chiunque si troverà al Governo in quel momento, dovrà necessariamente fare ciò che non è stato fatto, e che doveva essere fatto, negli ultimi 30 anni. E dovrà farlo in 30 mesi, per evitare un possibile default.

Insomma, il peggio deve ancora venire.

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