Banksy potrebbe essere Robert Del Naja dei Massive Attack. E allora?

by Federica Belmonte
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robert del naja Kirill Kay

A quanto pare il dj Goldie si sarebbe lasciato sfuggire, durante un’intervista radiofonica rilasciata pochi giorni fa per Distraction Pieces Podcast (quando si dice il caso), che il nome di battesimo del celebre anonimo street artist Banksy sia Rob.

Messa così la notizia potrebbe dare scalpore, tuttavia non si potrebbe ritenere risolutiva del mistero se quel “Rob”, buttato lì per caso, non richiamasse alla memoria una precedente ipotesi sull’identità di Banksy supposta dal giornalista scozzese Craig Williams un anno fa. Il cronista, mettendo in relazione la comparsa di alcuni stencil di Banksy nelle città toccate dai tour della band, la comune origine geografica e il fatto che il frontman dei Massive Attack sia stato un writer, era arrivato a supporre che Banksy e Robert Del Naja fossero la stessa persona.

Se è vero che tre indizi fanno una prova, il mondo può finalmente riposare sereno: adesso sappiamo – forse – chi è Banksy.

Già, perché molti, anche in virtù dell’amicizia tra i due musicisti, stanno dando per scontato che quel Rob sia Del Naja. E se invece si riferisse a Robin Cunningham (o Gunningham? Il web non è chiaro in merito), cittadino di Bristol precedentemente indicato come alter ego dello street artist? O magari a Rob Smith? Johnson? Harris? Jackson? Brown? Wolf? Sanders?…

La ragazza col cuore (foto di Dominic Robinson)

La ragazza col cuore (foto di Dominic Robinson)

Domanda: è davvero così importante saperlo?

No. Anzi, scoprire l’identità dell’anonimo street artist danneggia tutti.

Facciamo un passo indietro: a cavallo fra i due millenni (e, in alcuni casi, anche un bel po’ prima), stava nascendo un movimento che avrebbe rivoluzionato il modo di fare arte e il rapporto della stessa con la società. Alcuni artisti avevano avuto un’intuizione: si può fare arte in strada, la si può rendere, grazie ad un linguaggio diretto, fruibile da tutti. Si possono lanciare messaggi che arrivino dritti al destinatario senza le mediazioni di critici, gallerie, giornalisti, mass media. Ci si può riappropriare degli spazi urbani, sottrarli alla pubblicità soffocante, si possono indurre le persone ad interrogarsi su qualcosa che non sia il nuovo modello di auto o la miracolosa crema dimagrante. Si può instaurare una guerrilla creativa con istituzioni, agenzie di pubblicità, grigi cementizi e provare a vincerla a colpi di vernice.

La guerrilla art è provocatoria, sobillatrice, propulsione di idee nuove, un inafferrabile vento che dopo anni di arte concettuale e minimalismo d’elitè riporta finalmente l’arte fra la gente comune in maniera assolutamente gratuita, spingendola a porsi domande, ad avere reazioni (nel bene e nel male), semplicemente andando a fare la spesa.

Per portare avanti un tale impegno è fondamentale trovarsi un’identità alternativa, rendersi irriconoscibili, perché come diceva il buon Oscar Wilde: “Datemi una maschera e vi dirò la verità”.

Wall in Palestine

Wall in Palestine

Inoltre, l’anonimato è una veste necessaria per sfuggire a denunce – non dimentichiamo che la tanto attualmente caldeggiata Street Art era, fino ad una manciata di anni fa, pressappoco un incubo per le amministrazioni pubbliche, un’erbaccia velenosa da estirpare con arresti, multe per vandalismo, squadre di rimozione graffiti, prima che l’opinione pubblica non la riabilitasse al rango di “provvidenziale intervento di riqualificazione delle aree degradate delle città”- .

Insomma, l’anonimato è funzionale all’obiettivo prefissato, e nel caso di Banksy è diventata, nel tempo, un’arma di comunicazione di massa potentissima che adesso, con questa ossessione morbosa circa la sua reale identità, stiamo pericolosamente rendendo innocua.

È vero, negli anni la Street Art è cambiata e molti street artist hanno iniziato a lavorare a viso aperto partecipando a festival, laboratori ed incontri. Scelta più che legittima, ma sono ancora tanti a preferire l’anonimato e a proteggerlo strenuamente, e Banksy è fra questi. Perché accanirsi così tanto? Perché sentiamo il bisogno di dare un nome ad ogni cosa?

Scoprendo l’identità di Banksy, riduciamo il suo operato, le sue opere, le sue azioni all’espressione di un singolo, perdendo il prezioso senso di universalità, di dialogo collettivo che invece sembrava poter essere possibile. Perdiamo un’entità e la sovrapponiamo ad un’identità fisica raggiungibile e, per tale ragione, maggiormente vulnerabile. Sviliamo un’idea, un concetto, che ha messo in discussione il nostro comune senso dell’arte.

Per carità, non si vuole porre la cosa in una dimensione eroica, c’è già il mondo dei fumetti ad essere pieno di supereroi dalla doppia identità, e qui non parliamo di salvare il mondo, ma di migliorarlo, almeno un po’, sì.

Probabilmente, se avessimo da subito saputo chi è davvero Banksy lui non sarebbe diventato così famoso, ma noi ci saremmo persi parecchie riflessioni legate al mondo dell’arte, alla nostra società, alle nostre contraddizioni arrivate invece in modo chiaro, diretto, militare, proprio grazie al suo innovativo modo di comunicare, alle sue associazioni shock, alle sue incursioni.

In un tempo in cui di Street Art “spontanea” (per non dire illegale) se ne parla sempre meno (effettiva diminuzione delle opere in circolazione o calo dell’attenzione dovuto alla metabolizzazione del movimento?) forse sarebbe più giusto ricordare e tutelare il senso di ciò che è stato fatto, prima di tutto cercando di rispettare una volontà:

“Non ho alcun interesse ad uscire allo scoperto. Penso che ce ne siano già fin troppe di facce di * convinte che vi si parano davanti tutti i giorni. Se chiedete oggi a dei ragazzini cosa vogliono fare da grandi loro vi risponderanno “Vogliamo essere famosi”. Se gli chiedi per quale ragione non sanno risponderti o non se ne preoccupano. Io credo che Andy Warhol si sia sbagliato: nel futuro così tante persone diventeranno famose che finirà che tutti vorranno essere anonimi per 15 minuti. Sto solo cercando di creare delle immagini che siano valide, non sto cercando di migliorare la mia immagine, non mi interessa la moda. (…). D’altra parte è un bene che il vero me non venga fuori, non vorrei deludere qualche quindicenne là fuori.” (Banksy su Swindle Magazine)

Ci sono misteri che non vogliono una soluzione: prendiamo il Titanic, sarebbe così affascinante una volta tirato su dagli abissi? Proviamo a rifletterci.

(foto copertina di Kirill Kay)

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