PALUDE, UN LIBRO PER RACCONTARE GIANTURCO

by Danilo De Luca
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copertina di Palude libro

Palude, il libro di Davide Schiavon e Diego Miedo, verrà presentato il 6 ottobre alle 18:30 nel Chiostro dell’ex Ospedale Santa Maria della Pace (via dei Tribunali, 227 – Napoli). Antonella Monetti leggerà alcuni passi del volume.

Eterno incompiuto nella sua trasformazione (come invece insegnano altre realtà europee che delle ex aree industriali hanno fatto tesoro), il quartiere Gianturco non è arrivato mai ad essere crisalide ma ancora bruco. Palude ne racconta un secolo di storia, da quando a inizio ‘900 era ancora ‘o pascone, dove scorreva il fiume Sebeto e ci si dedicava all’agricoltura e alla pastorizia, fino alla dismissione dopo l’avvento industriale che ne ha trasformato il volto. Lo fa scegliendo una narrazione tra le parole del giornalista Davide Schiavon e i murales di Diego Miedo.

PALUDE, INTERVISTA A DAVIDE SCHIAVON

Come nasce l’idea di Palude?

“Partiamo dalle attitudini acquisite durante gli anni a Napoli Monitor, che è un giornale di cronache, inchieste, disegni e reportage che ha cessato le pubblicazioni cartacee da due anni ma ha ancora un sito molto attivo. In questo giornale lavorano fianco a fianco fumettisti, scrittori, giornalisti, disegnatori e artisti, insieme al mondo dell’università. E quindi l’idea di abbinare la scrittura ai disegni (o in questo caso alle foto che riprendono i disegni di Diego) ci è parsa naturale e comunque un buon modo di raccontare l’ex zona industriale. Il resto sono 4 mesi di vita nel quartiere dove abbiamo raccolto storie e testimonianze che tracciano un profilo che riteniamo molto interessante”.

Qual è a suo parere il dato più interessante emerso da questa “ricerca”?

“Anche se il metodo può essere simile a quello di molte ricerche sociologiche, il risultato è a mio avviso molto distante. L’analisi dei fenomeni commerciali che avvengono in quel luogo non era per noi un obiettivo primario, ma resta comunque una necessità molto ingombrante. Bisogna insistere su quei luoghi ma farlo senza compiacimento o superficialità, raccontando le cose come stanno, e sperare di allargare il dibattito a fette sempre più ampie di città. Dal punto di vista narrativo, abbiamo scoperto l’esistenza del leggendario fiume Sebeto – di cui si legge anche nell’Eneide – da quarant’anni asfaltato e invisibile. Abbiamo scoperto una comunità operaia che nel quartiere si identificava e riconosceva, e in quel periodo Gianturco vive uno slancio che bisognava sfruttare meglio: vi si trasferiscono operai dal vesuviano e dal centro città, si aprono botteghe, circoli culturali, un campo di pallone nella Manifattura Tabacchi in cui giocano squadre gloriose e formazioni da dopolavoro. Attività che creano aggregazione di interessi condivisi. E la conseguente disgregazione con la dismissione industriale”.

Cosa si può fare?

“Si può fare tutto, nel senso che al momento il quartiere è un vuoto che le amministrazioni tendevano a riempire senza una visione complessiva. Non vorrei sottrarmi al dibattito, anzi sarebbe importante istituire una sorta di osservatorio permanente sull’intera area industriale. Senza dubbio il maxi progetto Naplest è finora un totale fiasco. E non c’è bisogno di scartabellare documenti o far arrivare la troupe di Report. Basta girare per il quartiere, ascoltare e osservare. Ed è quello che abbiamo fatto e che continuiamo a fare, e che secondo noi è il primo piccolo passo per un eventuale rilancio dell’area”.

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