Facebook allunga la mano agli editori: da ottobre sperimentate le notizie a pagamento

by Redazione
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Pila di giornali quotidiani (giornalismo, editoria, scrittura, edicola)

Da un lato c’è Facebook che si è trovato a essere una primaria fonte d’informazione quasi naturalmente, che ha lanciato la crociata contro le fake news e le bufale e che ha iniziato a dotarsi di strumenti come gli instant articles.

Dall’altro un’editoria che sulle prime ha rinnegato i social come gli esorcisti fanno con il demonio, salvo poi delegare ai social stessi la quasi totalità della strategia di diffusione online, infine si è resa conto che i soldi non entravano e avere a che fare (gratuitamente) con un terzo stakeholder non era proprio la scelta più saggia.

In mezzo c’è l’Antitrust a cui i newspaper americani (2000 circa, per l’esattezza) hanno scritto per spiegare che probabilmente c’è da rivedere le regole, e bisogna farlo insieme ai due top-player del web: oltre all’azienda di Menlo Park, chiaramente, c’è Google.

Facebook ha risposto all’appello, o meglio ha pensato di provarci: sembrerebbe quindi che da ottobre 2017, salvo ritardi, un numero limitato di contenuti di una testata sarà gratuito all’utente (parliamo di 10 articoli su per giù) e per il resto è necessario abbonarsi.

La sperimentazione è necessaria per capire in che modo risponderà il pubblico. Anche perché di esperimenti del genere (contenuti sul web a pagamento) ne abbiamo già visti (ci ha provato più di una volta in Italia il Corriere della Sera) e quasi mai si sono rivelati un successo. Laddove tutto è gratis, spingere un utente a pagare un contenuto che può trovare liberamente altrove non funziona e l’unica via percorribile in tal senso è fidelizzare il lettore. Che con una concorrenza importante e su un mercato come quello dell’informazione, però, è una mission impossible.

Come funzioneranno le notizie a pagamento su Facebook

Ma entriamo nel dettaglio di come dovrebbe funzionare questa nuova modalità di fruizione delle notizie. In primis, il meccanismo (chiaramente) riguarda solo gli instant articles, il formato di caricamento veloce di Facebook delle notizie pubblicate dai webzine. E che non sono ospitate dai siti che li hanno prodotti, ma da Facebook stesso che alla pubblicazione e condivisione si carica i contenuti e li inserisce in un suo formato rapido ed elegante.

Algoritmo Facebook preview link post

Una componente fondamentale del gioco: è Facebook a inserire autonomamente i suoi banner e i suoi ads negli articoli che gli provengono dai siti.

Un mercato che, dicono da Menlo Park, sia in crescita. Come riporta Il Sole 24 Ore:

“Attualmente questo formato, scrivono sul blog i manager di Fb, rende più di 1 milione di dollari al giorno agli editori via Facebook Audience Network e negli ultimi 6 mesi gli RPM (Rotational Product Manager Program) da Facebook Audience Network in Instant Articles sono aumentati più del 50%”.

No instant articles, no abbonamento. Ancora una volta l’editore si trova nella posizione scomoda di dover delegare parte del suo business a una piattaforma esterna (con le sue regole) che non rientra nelle sue dirette competenze, e questo il più delle volte serve anche a ovviare a un problema che non riguarda strettamente i click (e qui parliamo soprattutto del mercato dell’editoria nostrano): i siti d’informazione non sanno monetizzare il loro prodotto o non sono in grado di farlo.

Tornando al funzionamento, solo un numero limitato di contenuti in un limitato periodo di tempo saranno usufruibili gratuitamente: i restanti saranno disponibili solo alla sottoscrizione di un abbonamento. Di cui al momento non è chiaro in che percentuale il ricavato andrà alla testata stessa e (se e) che commissione andrà a Facebook.

In principio furono le pagine…

Il problema di un mercato dell’editoria (e anche qui il riferimento è soprattutto all’Italia e alle testate piccole e medie) che non aveva i business plan chiari è stato quello – dicevamo – di delegare gran parte della diffusione a Facebook, avvalendosi delle pagine e mettendo in atto tutta una serie di pratiche che oggi riassumiamo sotto il termine click-baiting.

Non hanno tenuto in conto – grave leggerezza – che Facebook detta le regole di casa sua. Ivi compresa la visibilità che decide di dare – attraverso il suo algoritmo – ai post delle stesse nei news-feed dei suoi due miliardi di utenti. Tant’è che è bastato modificare l’algoritmo “favorendo il rapporto con amici e familiari” per mandare in crisi parecchi editori.

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