Giovanni Izzo: le foto che raccontano la zona domitia arrivano in Inghilterra

by Gennaro Esposito
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Domitiana-Bath, andata e ritorno

Per parlare della ricerca fotografica di Giovanni Izzo vorrei partire da Felia Allum, una ricercatrice dell’università di Bath, in Inghilterra, che incuriosita suoi scatti decide di incontrarlo di persona. La Allum quindi decide di raggiungere Izzo in Italia e di vedere da vicino quei luoghi e i volti.

Guidata da Izzo, la Allum visita diverse zone del litorale domitio che fino a quel momento aveva visto solo sullo schermo del suo pc. L’impatto è molto forte e nonostante la Allum abbia svolto diverse ricerche sulla criminalità organizzata in contesti urbani (nel suo PhD all’università di Brunel ha parlato della camorra napoletana), resta incredula rispetto alle nuove realtà che si andavano svelando.

Vengono così presi accordi per dare a questo lavoro una ulteriore risonanza internazionale: con la direzione artistica di Luca Palermo le foto di Izzo verranno esposte all’università di Bath in occasione della 2nd General Conference of the ECPR Standing Group on Ogranised Crime che si terrà il 7 e l’8 luglio. L’esibizione si chiamerà “The Domitiana”.

Raccontare il cambiamento per immagini

A raccontarci tutto questo è stato proprio Giovanni Izzo al quale abbiamo rivolto alcune domande sul suo lavoro in quel territorio.

Da circa venti anni infatti Izzo osserva attentamente il cambiamenti che man mano si manifestano sulla zona Domitia. Assiste al degrado crescente del villaggio Coppola e di Castel Volturno.

Il mare domitio in una foto di Giovanni Izzo

Il mare domitio in una foto di Giovanni Izzo

Un mutamento prima di tutto morfologico: una distesa di costruzioni, in gran parte abusive, nate come seconde case: dovevano ospitare professionisti provenienti dalla città e che potevano raggiungere il mere in meno di un’ora di macchina. Case costruite in prossimità della spiaggia, ma ben presto il mare iniziò ad erodere la sabbia ed a avanzare sempre di più. Proprio in seguito a questo fenomeno, gradualmente la zona inizia a spopolarsi. La macchina fotografica di Izzo si sofferma su scenari irreali: case franate che finiscono in mare, onde che lambiscono mura spaccate e riprese dall’alto che riprendono condomini fantasma in gran parte disabitati.

Alternanza della popolazione

A questo contro-esodo si alterna una nuova popolazione, le case e le strade iniziano ad essere abitate da ombre: sono gli immigrati che, in gran parte irregolari, cominciano a stanziarsi proprio in quelle zone. Anche in questo caso Izzo immortala con le sue foto questo nuovo fenomeno. Incuriosito dai volti e dalle storie cerca di capirne di più e lo fa in un modo degno del migliore manuale di ricerca etnografica. Si reca nei loro luoghi di ritrovo e inizia a frequentare il centro Fernandes, una associazione che aiuta gli immigrati della zona.

Ci racconta che cerca di farsi notare senza essere invadente. Ascolta con loro la messa in inglese ma si siede all’ultima file, dopo un po’ qualcuno inizia a salutarlo e man mano comincia a guadagnarsi la loro fiducia. Inizia così a raccontare le loro storie e di come queste si intrecciano fortemente con territorio nel quale vive.

Immigrati che vivono sotto a un ponte, foto di Giovanni Izzo

Immigrati che vivono sotto a un ponte, foto di Giovanni Izzo

Ritrae la condizione in cui versano donne e uomini: soggetti quasi sempre impotenti a qualsiasi tipo di sfruttamento e di violenza. Gli immigrati della zona, come ci racconta lo stesso Izzo, cominciano ad essere una fonte di guadagno sia per la mafia nigeriana (egemone per la droga e per la prostituzione) sia per i residenti della zona e dei comuni limitrofi. I residenti che avevano abbandonato le case infatti le affittano irregolarmente agli immigrati, staccano tutte le utenze e condannano queste persone a vivere in un ambienti affollati insalubri e pericolosi. A questo si aggiunge lo sfruttamento del caporalato e di ogni tipo di lavoro irregolare per i quali vengono ingaggiati.

“Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza vicino”

Izzo gradualmente costruisce una rete di rapporti diretti, bastati sul rispetto reciproco, sull’ascolto e soprattutto sulla fiducia. Riesce così ad entrare in luoghi altrimenti inaccessibili, come le Connection house: centri di ritrovo dove sono ammessi solo africani, luoghi dove si svolgono traffici non sempre legali. Sono gli stessi immigrati che vogliono far conoscere le loro storie e lo chiamano quando vogliono metterlo al corrente di qualcosa di eclatante, come ad esempio la “rivolta” di Pescopagano del 2014: un evento di per sé poco significativo, il furto di una bombola da parte di un immigrato, scatena una reazione spropositata da parte dei residenti e la successiva sommossa della popolazione nera.

La rivolta di Pescopagano in una foto di Giovanni Izzo

La rivolta di Pescopagano in una foto di Giovanni Izzo

Le fotografie di Izzo diventano quindi una tela dove una umanità oppressa e tormentata si muove sullo sfondo di un territorio ferito. Gli scatti, in un raffinato e ricercato bianco e nero, mostrano soprattutto una particolare sensibilità.

Quello di Izzo è un occhio attento, uno sguardo allenato a cogliere le più sottili sfumature in uno scenario complesso e caotico. Grazie al suo approccio “antropologico” Izzo conosce perfettamente quello che fotografa e anche nelle situazioni più tragiche, la sua estetica è priva di qualsiasi pietismo. In molti casi lo scatto è il punto di arrivo di una ricerca attenta, di uno studio sistematico.

Un metodo che avvicinerebbe Izzo a fotografi del calibro di Franco Pinna o di Arturo Zavattini.

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