IL CUORE EGIZIANO DI NAPOLI: AL MANN RIAPRONO LA SEZIONE EGIZIA ED EPIGRAFICA

by Eleonora Iasevoli
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MANN riapertura sezione egizia

Il ritorno dei Faraoni a Napoli: dopo anni di attesa e grazie al forte impulso dato dal direttore Paolo Giulierini ai lavori il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) restituisce alla città due collezioni molto amate e riallestite con una veste totalmente nuova e innovativa.

L’appuntamento è per il 7 ottobre 2016 alle 18:30 quando i partenopei potranno ammirare sotto una nuova luce la sezione Egizia e quella Epigrafica.

Il cuore “egiziano” di Napoli

Nel cuore antico della città di Napoli, sul decumano inferiore, la statua del dio Nilo, il “Corpo di Napoli”, donata alla città dai mercanti di Alessandria d’Egitto in età romana, testimonia ancor oggi dello stretto legame che intercorse fra la città e il fascinoso “dono del Nilo”. Il legame non si è mai interrotto dall’antichità ad oggi: poco lontano dalla statua del Nilo, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli custodisce la più antica raccolta egizia d’Europa, costituitasi ancora prima della grande rinascita dell’interesse per il paese dei faraoni seguita alla campagna napoleonica d’Egitto, e la seconda in Italia per numero di reperti dopo quella di Torino.

La riapertura del Museo

museo archeologico nazionale di napoli

Il MANN

Dopo oltre 5 anni di chiusura per “lavori di adeguamento degli impianti”, la Sezione Egizia del Museo Archeologico Nazionale di Napoli riapre al pubblico con migliaia di reperti, nuovi allestimenti, nuovi percorsi espositivi ed una ricca offerta didattica. La riapertura fa parte di una serie di iniziative che tendono a valorizzare l’Archeologico e segue la riapertura della sala dei Culti Orientali, costituendo la conclusione della mostra “Egitto Pompei” allestita nella struttura, frutto della collaborazione tra il Museo Egizio di Torino, la Soprintendenza di Pompei e lo stesso Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

La campagna d’Egito di Napoleone e l’”egittomania”

Il ritorno di Napoleone dall’Egitto nel 1799 con il suo bottino di opere, disegni e studi, pubblicati successivamente da Dominique Vivant Denon nella sua Description de l’Egypte, produsse nella cultura europea una vera e propria “egittomania”, con architetture, scenografie, mobili e suppellettili di ogni tipo, ispirati all’arte dei mitici abitanti della valle del Nilo, che caratterizza la fioritura dello stile Impero (1804-1830). Il re di Napoli Gioacchino Murat adotta per le regge del regno questo stile decorativo, che caratterizza, programmaticamente, le regge napoleoniche in tutta Europa (un esempio di oggetto di arredamento in stile “egizio” è lo scrittoio del re Gioacchino nel Palazzo Reale di Napoli, retto da sfingi alate), sicché è con vivo interesse che il sovrano accoglie la proposta di acquistare la raccolta egizia del romano cardinale Stefano Borgia dagli eredi di questo. L’acquisto è poi perfezionato dal re Ferdinando I di Borbone nel 1815 e va a costituire il nucleo originario della collezione egizia del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, aggiungendosi al Naoforo (“portatore di tempio”) Farnese, una scultura rappresentante un personaggio che tiene davanti a sé un tabernacolo contenente Osiride, il dio della morte e dell’Oltretomba, rinvenuto a Roma tra il XVI e il XVII secolo e passato ai sovrani borbonici per via ereditaria dalla madre di Carlo III Elisabetta Farnese.



La collezione Borgia

Il cardinale Stefano Borgia, appassionato di storia e antiquaria, raccolse a Roma, tra il 1770 e il 1789, numerosi reperti grazie al suo ruolo di Segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli (Propaganda Fide), che lo metteva a contatto con le culture orientali e gli consentiva di ottenere oggetti esotici attraverso i missionari presenti in tutti gli angoli del mondo. La collezione comprendeva soprattutto busti o teste ricavati da statue e oggetti di carattere funerario e magico – religioso, atti a soddisfare il gusto per le antichità tipico dell’epoca. Il particolare interesse per l’Egitto del cardinale era determinato anche dal fatto che a quell’epoca Roma vantava la maggiore presenza di opere egizie in Europa, basti pensare agli obelischi dislocati nella città, alla Piramide Cestia e alle statue egizie o egizianeggianti che emergevano in un flusso continuo dal suolo romano nelle campagne di scavo. La città, infatti, aveva già vissuto, dopo la conquista del paese del Nilo da parte dell’imperatore Augusto, una moda egiziana che aveva prodotto una abbondante importazione dall’Oriente di sculture di diversi periodi e una produzione romana che ne imitava le caratteristiche stilistiche.

La collezione egizia del “Real Museo Borbonico di Napoli”

Il “Real Museo Borbonico di Napoli”, inaugurato nel 1816, istituì per primo in Europa una sezione egizia nel 1821 (dopo Napoli aprirono il Museo Egizio di Berlino nel 1823, quello di Torino nel 1824, poi la sezione del Louvre nel 1826 e i Musei Vaticani solo nel 1830). Nel tempo alla collezione borbonica si erano aggiunti diversi reperti portati alla luce in siti campani di epoca romana. La presenza di numerosi oggetti egiziani in siti archeologici quali Cuma, Pompei, Ercolano e Stabia si spiega con la frequenza dei rapporti commerciali fra l’Egitto e la Campania che, iniziati già all’epoca della colonizzazione greca attraverso i fenici, si intensificano nel III secolo a.C. e nel II sec. a.C., quando si assiste ad una notevole diffusione del culto della dea Iside, che dai porti della Campania arriverà fino a Roma, testimoniata, a livello letterario, dalle Metamorfosi di Apuleio, romanzo del II secolo d.C.

Al nucleo borgiano, con le successive accessioni, si aggiunse nel 1826 la notevole raccolta del veneziano Giuseppe Picchianti, un avventuriero recatosi in Egitto a caccia di reperti, animato dalla speranza di profitti all’indomani delle campagne napoleoniche. Si tratta di una notevole quantità di materiali funerari, scelti secondo il gusto per l’esotico ed il macabro tipici dell’epoca: mummie, sarcofagi, canopi, corredi funebri, oggetti della vita quotidiana quali specchi, vasi per cosmetici, sandali.

Fanno parte della collezione egiziana napoletana anche il Naoforo Casanova, proveniente da Pozzuoli e acquistato nel 1827, alcuni oggetti raccolti da Karl Wilhelm Schnars e donati al Museo Borbonico nel 1842, la “mummia” donata da Emil Stevens nel 1885.

Dama di Napoli

La Dama di Napoli (Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

Di particolare interesse, nella raccolta borgiana, sono la cosiddetta “Dama di Napoli” e la Charta borgiana. La prima, il reperto più antico di tutta la collezione egiziana, rappresenta non un personaggio femminile, ma un funzionario della III Dinastia seduto su un seggio di forma cubica risalente all’era dell’Antico Regno (III – VI dinastia, 2700 a.C. – 2160 a.C.). L’altra è invece il primo papiro giunto dall’Egitto in Occidente. La preziosa charta, pervenutoci in ventitré frammenti, contiene un’iscrizione in greco corsivo che rappresenta l’elenco degli operai provenienti dalla città di Ptolemais Hormu, l’odierna Illahun, addetti ai lavori di canalizzazione a Tebtynis, un centro del Fayyum, nel 192-193 d.C. Da osservare sono anche il celebre monumento funerario di Imem-em-Inet, soprintendente ai lavori del faraone Ramesse II, e il gruppo scultoreo in basalto dei coniugi Pa-en-dua e Nesha.

mummia stevens

La “mummia Stevens” (Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

La cosiddetta “mummia” Stevens è un coperchio di sarcofago di forma umana, con una figura dipinta probabilmente femminile. Il volto, dorato, è incorniciato da una parrucca nera con lunghe piume, su cui spiccano grandi occhi e labbra dipinte di rosso; sul petto scende una collana usekh (tipico ornamento portato da uomini e donne), composta da dodici file di teste di falco rosse, verdi e beige alternate; sul collo c’è un disco solare alato; alla base del pettorale si trova una figura della dea Iside, con una piuma in ciascuna mano e occhi udjat (l’occhio del dio Horus è simbolo della prosperità, del potere regale e della buona salute) ai lati. La restante superficie è ripartita in cinque fasce orizzontali: nella prima si vede Nephtys, cioè la mummia distesa sul letto di imbalsamazione, con accanto Anubis, dio dei morti, e Iside, la dea luna, le altre quattro sono attraversate da geroglifici.

La Collezione Epigrafica

La collezione delle epigrafi, iscrizioni su materiali durevoli quali marmo, pietra, bronzo,  del Museo Archeologico di Napoli è una delle delle prime al mondo per antichità e consistenza. Proprio pubblicando le iscrizioni latine del regno di Napoli, nel 1852, il Mommsen elaborò il metodo per la redazione del grandioso progetto di pubblicazione di tutte le epigrafi del mondo romano.

La raccolta dell’Archeologico comprende oltre duemila testi, la maggior parte in latino, circa duecento in greco ed un centinaio nei dialetti italici, che forniscono preziose informazioni sui vari aspetti delle società antiche dell’Italia meridionale: leggi, organizzazione politica e amministrativa, vita pubblica e privata, culto dei morti. Il primo nucleo è la raccolta, risalente al XVI secolo, di Fulvio Orsini, antiquario e bibliotecario dei Farnese duchi di Parma, ereditata dal re di Napoli Carlo di Borbone e trasferita a Napoli insieme alle altre raccolte farnesiane nel XVIII secolo.

A Napoli, si aggiunsero, nel corso dell’Ottocento, la collezione del cardinale Stefano Borgia, formata con reperti provenienti soprattutto da Lazio e Umbria, quella settecentesca di Francesco Daniele, erudito  appassionato di numismatica ed epigrafia campana, quella del vescovo Carlo Maria Rosini, composta da iscrizioni provenienti dall’area flegrea. Di minore consistenza, ma di grande importanza, le collezioni del canonico Andrea de Jorio, di Michele Arditi, direttore del Museo di Napoli, del principe Spinelli, quella cumana di Emilio Stevens. Hanno notevolmente incrementato la raccolta napoletana i preziosi ritrovamenti occasionali e negli scavi archeologici in Campania e in Italia meridionale.

Le epigrafi, prima disposte sulla parete nella “Sala del Toro Farnese” ed in quelle precedenti, vennero poi collocate alla rinfusa nell’atrio e nei giardini del Museo. Nel 1929 la collezione fu sistemata negli ambienti e lungo il porticato del nuovo corpo di fabbrica alle spalle del Museo, ma poi per oltre un cinquantennio non fu visitabile. Nel 1995 fu allestita un’esposizione nelle sale CL-CLVII del primo livello seminterrato, con un’ampia e significativa scelta di iscrizioni ordinate per aree culturali: Magna Grecia, Sicilia e  Neapolis; dialetti italici; iscrizioni di età romana dall’area vesuviana e da Puteoli.

Tra i reperti più importanti, le Tavole in bronzo di Eraclea, con testi in greco del IV – III sec. a.C.; le Laminette orfiche del IV sec. a. C. da Thurii, in Calabria, istruzioni per guidare l’anima dei defunti alla beatitudine eterna al termine del ciclo di reincarnazioni; il Cippo Abellano, il testo più importante in lingua osca che ci sia arrivato; la dedica della fratria (associazione cultuale) degli Aristei, del I – II sec. d.C.  da Napoli;  l’iscrizione di Eumachia, sacerdotessa di Venere, da Pompei; la splendida meridiana dalle Terme Stabiane; il testo, su tavole di bronzo, della Lex Acilia repetundarum, che modificava la composizione e la procedura dei tribunali per il reato di concussione.

Dove siamo:

I numeri del Museo

 

5 secoli di storia

4 aree di deposito

con più di 150mila oggetti

accessibili al pubblico da più di 100 anni

8.850 mq di aree espositive

su 5 livelli, senza barriere architettoniche

su un patrimonio di circa 250.000 oggetti e opere, quasi

16.000 esposti, che compongono le collezioni permanenti, suddivisi in

18 nuclei espositivi di circa

700 statue

550 affreschi

100 mosaici

7.000 suppellettili

500 gemme

7.000 monete

3 nuove sezioni

che saranno aperte entro il 2019

oltre 700 opere prestate

a musei italiani e stranieri nel 2015

una Biblioteca con più di 40.000 volumi

un laboratorio di restauro,

con 479 interventi effettuati nel 2015

149 dipendenti

per un Museo più accogliente, più comprensibile e più efficiente

oltre 381mila ingressi nel 2015,

con 300 gruppi scolastici e 7.434 studenti nel 2015

30 mostre e 27 eventi

nel periodo 2016-2020 una spesa prevista di oltre 35 milioni di euro

per manutenzione ed investimenti

Il direttore

Paolo Giulierini

Paolo Giulierini

Il direttore del MANN, Paolo Giulierini, archeologo, nato a Cortona, si è laureato in archeologia e specializzato in etruscologia nell’Università di Firenze. Conterraneo del primo direttore delle antichità napoletane, voluto  da Carlo III di Borbone,  Marcello Venuti, è stato direttore del Museo dell’Accademia Etrusca e della città di Cortona. Autore di pubblicazioni e relatore a numerosi convegni in Italia e all’estero, ha maturato una lunga esperienza nella direzione museale e nella gestione dei rapporti tra le diverse istituzioni pubbliche e private. Il suo progetto per il MANN è quello di lavorare a una nuova comunicazione per coinvolgere il pubblico più giovane, con attività legate anche all’arte contemporanea e alla musica. Nella vision del nuovo Direttore il MANN è un luogo di socializzazione a livello cittadino e un potente promotore di immagine per la città a livello internazionale.

Le Iniziative

Il Museo aderisce all’iniziativa del MIBAC “Domeniche al Museo”, che prevede l’ingresso gratuito per tutti i visitatori ogni prima domenica del mese. Nell’ambito dell’iniziativa ministeriale “Sabato Notte al Museo” il MANN ha prolungato l’apertura il sabato dalle 20.00 alle 24.00. Sono state effettuate, nel 2016, ulteriori aperture serali il giovedì, dal 12 maggio fino al 1 ottobre 2016, con un prezzo di 2 euro, che offrivano numerosi eventi ed attività culturali, la visita ai laboratori didattici, nonché attività di approfondimento sui temi del paesaggio, dell’ambiente e dell’alimentazione. Il MANN aderisce inoltre ai tre sabati ministeriali notturni previsti per la Notte europea dei musei, la Festa dei Musei, le Giornate europee del patrimonio, durante i quali, per 1 euro, è possibile visitare, oltre le collezioni

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2 comments

Franco 2 Ottobre 2016 - 13:20

Napoli ieri e oggi, dalla sua antica denominazione, Partenope, una città che ha legami molto profondi fin dalla sua origine greco-romana che si intersecano con impronte egizie, i vecchi legami della città, nonostante le nuove sfide di rinnovamento non cedono al loro spazio..

Reply
LA NAPOLI EGIZIA, NON SOLO AL MANN - Livenet NewsNetwork 4 Ottobre 2016 - 18:35

[…] l’attesa per la riapertura della sezione egizia al Museo Archeologico Nazionale di Napoli in programma per il prossimo 7 ottobre 2016. Il rapporto tra Napoli e l’Egitto però, non si […]

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